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Studio legale Fragale


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Con le mani nella monnezza. I disastri della partitorazia. Il caso Malagrotta: l'ottavo colle di Roma




"Con le mani nella monnezza. I disastri della partitorazia. Il caso Malagrotta: l'ottavo colle di Roma" dell'eccellente giornalista Paola Alagia, scritto in collaborazione con Massimiliano Iervolino.
Il capitolo 6. "Sul banco degli imputati" traccia le linee fondamentali dei vari processi contro i gestori della discarica di Malagrotta che vede il nostro Presidente, Francesca Romana Fragale, nelle vesti di difensore delle parti civili:


"Malagrotta non è solo una storia di subalternità politica, di danni ambientali e proteste civili. E’anche una lunga teoria di denunce e processi. Ne sa qualcosa Francesca Romana Fragale che da oltre dieci anni rappresenta residenti e associazioni della zona nella battaglia contro il ‘mostro’.

“Tutto è cominciato quando nel mio studio si presentò una deliziosa signora chiedendomi se era possibile avviare un procedimento contro la discarica di Malagrotta perché nel suo giardino, quando prendeva il tè, le sue amiche si lamentavano in continuazione per la puzza”. Comincia così, nella penombra del suo studio legale il suo racconto vibrante e appassionato. La signora di cui parla è Gina Viti Scorsoni, la donna battagliera che già conosciamo bene. “In un primo momento la scoraggiai, dicendole che una persona sola non poteva imbarcarsi in un caso simile — ricorda Fragale — Fu allora che la signora mi disse: ‘No, avvocato, consideri che la situazione di Mala grotta è un po’ particolare perché io ho saputo che la discarica è senza autorizzazioni”.

E’ bastato quest’input per mettere in moto l’avvocato Fragale, una vera e propria macchina da guerra di fronte ai reati di natura ambientale. Una scintilla che è divampata in un fuoco ancora acceso. “A quel punto mi attivai subito, feci fare delle indagini e tramite la procura di Roma scoprimmo che effettivamente la discarica era senza autorizzazioni”. Ma questa scoperta non rimase senza conseguenze: “Di lì a poco arrivò anche la condanna in primo grado per la mancanza di autorizzazioni. E questa — racconta Fragale — fu una piacevole sorpresa. Seguì la nascita del Comitato Malagrotta, prima presieduto dal professor Alberto Lilli e poi dall’attuale presidente Sergio Apollonio. Fu proprio lui a prendere in mano le redini della questione e a cominciare ad occuparsene in maniera costante e continuativa. Fino ad allora, in fatti, nessuno parlava della discarica, non esistevano commissioni parlamentari d’inchiesta, non c’era niente”. E’ dal nulla che, dunque, ha preso pian piano forma la materia-Malagrotta. Man mano è cresciuta la consapevolezza dei residenti, l’impegno delle associazioni e di conseguenza la ‘battaglia’ legale. Anzi, le battaglie. Una vera e propria guerra di posizione che conta già cinque processi penali finiti tutti in un unico modo, ossia con sentenza di condanna in primo grado per i gestori della discarica. Dal caso Scorsoni in poi, l’esito è stato sempre questo. “Ricorsi in appello e prescrizioni, infatti, non possono cancellare del tutto un verdetto di merito come quello pronunciato dai giudici di primo grado”.

“Tra le associazioni che dopo la prima sentenza di condanna cominciarono a interessarsi degli impianti — riprende a raccontare a Fragale — c’era anche ‘Verde ambiente e società’. A quel punto fui scelta come consulente giuridico e da allora li seguo con gusto”. Il resoconto del legale romano è appassionato. Rammenta a memoria ogni dettaglio. I fatti sono tutti ben ordinati in mente e quando li riscontra per puntiglio professionale, con atti e sentenze, non ci sono discrepanze Ricorda episodi, capi d’imputazione e persone, soprattutto quelle che hanno in qualche modo segnato il corso dell’affaire Malagrotta. A facilitare il suo compito, c’è da dire, contribuisce la natura ripetitiva delle accuse, tutte incentrate per lo più sulla mancata autorizzazione degli impianti di trattamento rifiuti. E poi i nomi degli accusati, ch bene o male sono sempre quelli. “Di solito ad andarci di mezzo li sempre l’ingegner Francesco Rando”, dice Fragale. Il signor Rando, infatti, è l’amministratore unico della E. Giovi srl. “In generale, è sempre molto difficile riuscire a stanare le responsabilità dei pesci grossi — commenta il legale — Le grandi società spesso hanno una composizione a scatole cinesi e quindi, inevitabilmente, i reali responsabili restano nell’ombra, sono ‘coperti’. Il ‘povero’ ingegnere Rando, nel caso specifico, da anni ormai fa da parafulmine e si becca tutte le sentenze di re condanna”.

Tra i nomi impressi nella memoria di Fragale c’è quello del procuratore aggiunto Gianfranco Amendola. Dopo la prima sentenza di condanna, sulla testa di Malagrotta cominciò ad abbattersi il peso “di un’inchiesta capillare intrapresa dalla procura di Roma e dall’allora pm Amendola. Fu lui a far venire a galla la mancanza di autorizzazioni della discarica. Le carenze di permessi — spiega l’avvocato — non sono questioni formali ma sostanziali, perché è proprio la penuria di ordine e regole che causa il cattivo funzionamento degli impianti e, quindi, il danno ambientale”.

Nel novero dei processi che si sono susseguiti ce n’è uno in particolare “che ricordo benissimo. Anche se sembrava collaterale, in realtà, scaturì da un episodio che recava in sé una pericolosità gravissima. Ad un certo punto, infatti, franò integralmente una parte della discarica. Un’intera collina venne giù su via di Casal Lumbroso. Quest’immagine — puntualizza l’avvocato — già basta per dare un’idea più nitida delle dimensioni del sito e del carico di rifiuti sversati qui. Ma è la pericolosità intrinseca a questo accadimento il fatto più rilevante. Fu grazia divina, infatti, se non vennero travolte macchine e passanti. Pure questo processo penale, comunque, si è chiuso in primo grado con sentenza di condanna”.

Ma di cause instaurate e vinte, oltre a quelle (un paio) relative alla mancanza di autorizzazioni per il trattamento dei rifiuti pericolosi, Fragale ne menziona due “specifiche sulla fuoriuscita di percolato.

Questo liquame non è solo orrido — sottolinea — ma è anche pericoloso, come del resto hanno rilevato le indagini chimiche che abbiamo fatto effettuare nel corso del tempo. E’ una sostanza, non bisogna trascurarlo, che provoca l’inquinamento delle acque reflue, del suolo e dell’aria. I residenti sì che avevano compreso bene la portata dei suoi effetti, tant’è che per anni si sono fatti la doccia con l’acqua minerale”.

Prima di arrivare all’attualità giudiziaria del dossier Malagrotta, però, occorre fare ancora un tuffo nel passato. Nel ‘curriculum’ della discarica più grande d’Europa, infatti, c’è un processo dal quale proprio non si può prescindere. Anzi, una sentenza che fa storia e segna un punto di non ritorno sull’intera vicenda. “In ordine cronologico siamo al penultimo procedimento, che si è concluso presso il Tribunale penale di Roma — ricorda Fragale — con sentenza definitiva pronunciata il 3 novembre del 2008. A emetterla è stato il giudice Francesco Patrone”. Cosa ha di eccezionale questo processo? “E’ importantissimo — rincasa l’avvocato — perché per la prima volta si legge nero su bianco in una sentenza che esiste un danno ambientale provocato dallo smaltimento in discarica di rifiuti pericolosi non autorizzati”. Fragale parla di svolta: “Fino a questo momento si sono susseguiti pronunciamenti penali di condanna riguardanti, però, singoli segmenti, come la carenza di autorizzazioni. Insomma tutte condanne specifiche. Patrone, invece, ha avuto l’eccezionale capacità di fare un salto in avanti, passando dalla singola violazione alla definizione di danno ambientale. E così, per la prima volta, in Italia abbiamo ottenuto un riconosci mento di ampia portata che si innesta nel filone della legge Seveso, per intenderci”.

L’intero giudizio, che ha visto costituirsi come parte civile il Wwf Italia e l’associazione ‘Verde, ambiente e società’, verteva “sullo smaltimento senza autorizzazione di rifiuti pericolosi derivanti dal tratta mento chimico-fisico del percolato della discarica e dei fanghi conferiti da Acea — spiega Fragale — Ma anche sulla violazione degli obblighi della documentazione prevista e delle verifiche da effettuare sui rifiuti” sversati. Ancora una volta è Francesco Rando a beccarsi la condanna penale. “Nel mirino del giudice finisce non solo la prassi di smalti- mento del percolato e del fango, che anziché trattati separatamente venivano mischiati alla calce, ma anche la mancata qualificazione del composto generato. Proprio quest’ultimo rappresenta un ulteriore passaggio decisivo — spiega l’avvocato — perché da questa mancata classificazione del rifiuto discendono a catena tutta una serie di conseguenze, a cominciare dall’assenza di autorizzazione di smalti- mento della miscela nella discarica di Malagrotta. Da qui all’evidenza del tasso di pericolosità insito nel percolato il passo è breve”. Fragale chiosa: “Secondo la sentenza, infatti, non è possibile qualificare la miscela a base di fanghi, calce e percolato come rifiuto speciale non pericoloso, tesi sostenuta dalla difesa dell’imputato, proprio perché due dei tre elementi (calce e percolato) sono sostanze dannose. A meno che coloro che le producono o le accolgono non certifichino il contrario con delle analisi

Le analisi, appunto. Sono le altre assenti ingiustificate dell’intera vicenda. “Come ripercorre chiaramente il verdetto — precisa l’avvocato

— già dall’aprile 2002 esisteva una direttiva del ministero dell’Ambiente che fissava i criteri della classificazione del percolato e vincolava gli accertamenti all’intervento di laboratori certificati Iso. Invece, fino al maggio dei 2005, alla E. Giovi srl non ce n’è traccia così come non esistono autorizzazioni a riammettere tale sostanza in discarica”. La bellezza della sentenza, comunque, “sta tutta in quelle due parole, danno ambientale. Un danno in cui secondo il legislatore — puntualizza Fragale — l’ingiustizia è presunta iuris et de iure”. Dall’esito di questo processo che in merito al risarcimento del danno ha stabilito l’an debeatur (se sia dovuto) , infine, “è scaturita una ‘class action”. E così arriviamo all’oggi. “Abbiamo messo in piedi una causa collettiva per far riconoscere a 100 cittadini residenti il quantum di tale danno che non è solo materiale ma morale, oltre che sulla salute”, spiega il legale.

L’attualità, tuttavia, vede anche un’altra causa penale in piena fase dibattimentale. E’ l’ultimo processo in ordine cronologico (la prima udienza si è tenuta il 2 febbraio dell’anno scorso) e il ‘povero’ imputato-parafulmine Rando è di nuovo alla sbarra quale responsabile della E. Giovi. “Questo procedimento — dice Fragale, che ancora una volta rappresenta le parti offese — nasce da una serie di denunce, querele ed esposti inoltrati da cittadini di zona e associazioni”. Violazioni al decreto Ronchi, alla normativa sugli imballaggi, mancata classificazione di rifiuti pericolosi in base al codice Cer. E poi, ancora, nessun rispetto delle norme ambientali sulla miscelazione dei rifiuti, con particolare riferimento ai fanghi provenienti dagli impianti di depurazione delle acque reflue Acea di Roma, etc. Fragale, con la copia del decreto di citazione alla mano’, scorre il lungo elenco dei capi d’imputazione a carico di Rando e commenta: “ Si tratta di un processo riassuntivo che mette insieme davanti alla procura di Roma una serie di problematiche rimaste in qualche modo pendenti. E’ tutta qui l’importanza della causa. Anche perché — conclude — i delitti in questione non sono in un’unica soluzione di continuità, ma si tratta di violazioni che sono state rifatte nel corso degli anni e che, giustamente, diventano di nuovo oggetto di reato. Un po’ come se una persona investisse un pedone per strada due giorni di fila: non gli viene di certo abbonata la responsabilità del secondo incidente”. Fragale ora si prepara alla prossima udienza già fissata per il prossimo 18 ottobre, ma un’ultima riflessione, guardando l’elenco delle parti offese, la fa: “Oltre al Comitato Malagrotta e all’associazione ‘Verde, ambiente e società’ che io rappresento, ci sono il ministero dell’Ambiente, il Comune e la Provincia di Roma e c’è la Regione Lazio. Ma, guarda caso, nessuna di queste istituzioni si è costituita parte civile”. Disinteresse? Mancanza di sensibilità? O una certa deferenza nei confronti del buon vecchio Cerroni?".


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